Sono atterrata a São Miguel con uno zaino leggero, una giacca impermeabile e soltanto le prime due notti prenotate. Era la mia prima volta alle Azzorre e avevo deciso di non riempire il viaggio di tappe: volevo capire il ritmo delle isole prima di scegliere dove andare. Appena uscita dall’aeroporto, l’aria sapeva di pioggia e oceano. Le nuvole correvano basse, molto più veloci dei miei pensieri.
Il piano del primo giorno prevedeva il belvedere sulla Lagoa do Fogo. Dopo venti minuti di autobus, però, il paesaggio era sparito dentro una nebbia compatta. Io e altri tre viaggiatori siamo scesi lo stesso, convinti che il vento avrebbe aperto uno spiraglio. Non è successo. Abbiamo finito per ridere della nostra ostinazione e condividere un passaggio verso una piccola trattoria lungo la strada.
Quando il meteo decide l’itinerario
Alle Azzorre ho imparato presto a leggere le previsioni come un suggerimento, non come una promessa. Ogni mattina controllavo vento, nuvole e condizioni del mare, poi preparavo due alternative: una camminata in quota e un percorso più basso tra coste, piscine naturali e paesi. Questa piccola abitudine mi ha evitato frustrazioni e mi ha fatto scoprire luoghi che non avevo segnato sulla mappa.
Il secondo tentativo alla Lagoa do Fogo è riuscito. La nebbia si è sollevata per pochi minuti e il cratere è apparso sotto di noi, verde e silenzioso. Ero con Marta, una ragazza spagnola conosciuta il giorno prima, e con Tomás, un fotografo ceco che viaggiava da mesi. Nessuno ha parlato finché le nuvole non hanno coperto di nuovo tutto. Quel silenzio condiviso è uno dei ricordi più nitidi del viaggio.
Il traghetto perso e una notte diversa
Avevo programmato di raggiungere Pico, ma il mare mosso ha cancellato la corsa che mi serviva. Per qualche minuto mi sono sentita bloccata: l’alloggio era già pagato e il giorno seguente avevo prenotato un’escursione. Al porto mi hanno spiegato con calma le opzioni e ho scritto subito alla struttura. La risposta è stata semplice: avrebbero spostato la prenotazione senza problemi.
Quella notte non prevista l’ho trascorsa in una pensione familiare vicino al porto. La proprietaria mi ha preparato una cena essenziale e mi ha raccontato quanto, sulle isole, sia normale lasciare spazio al tempo. Al tavolo c’erano anche due escursionisti italiani. Abbiamo confrontato mappe e il mattino seguente siamo partiti insieme sul primo collegamento disponibile. L’imprevisto aveva creato un piccolo gruppo.
Viaggiare sola senza restare isolata
Non ho mai avuto bisogno di cercare compagnia a tutti i costi. Bastava scegliere alloggi con una cucina comune, fermarsi a parlare dopo un sentiero o chiedere informazioni senza fretta. Alcune giornate le ho trascorse completamente da sola, soprattutto lungo le strade di ortensie e nei bagni termali all’aperto. Altre sono nate da una colazione condivisa e sono finite con una cena improvvisata.
Portavo sempre con me acqua, uno strato caldo, una batteria esterna e una mappa offline. Prima delle camminate lasciavo alla struttura il percorso previsto. Non erano gesti dettati dalla paura, ma un modo per muovermi con serenità. Proprio questa organizzazione minima mi permetteva di cambiare piano senza sentirmi sprovveduta.
Quello che mi è rimasto
Sono tornata con meno fotografie di quante immaginassi e con molti più nomi appuntati sul diario. Le Azzorre non mi hanno regalato un viaggio perfetto: mi hanno insegnato a non misurare una giornata soltanto dai luoghi visitati. A volte il panorama resta nascosto, il traghetto non parte e la pioggia costringe a fermarsi. È proprio lì che il viaggio cambia direzione e diventa davvero tuo.