Tbilisi mi ha accolto con balconi inclinati, salite inattese e il rumore dell’acqua nelle terme. Ero arrivata da sola, ma già nella cucina dell’alloggio ho conosciuto Levan, che tornava nella sua regione, e due viaggiatrici polacche interessate allo stesso percorso. Abbiamo deciso di condividere soltanto il trasferimento del giorno seguente, senza costruire promesse più grandi.
La mattina il mezzo era più piccolo e più pieno di quanto immaginassi. Gli zaini sono finiti dove c’era spazio e le fermate seguivano una logica che non comprendevo. Avevo salvato la destinazione in georgiano e controllavo il percorso offline. Non serviva sapere ogni dettaglio: bastava restare attenta e chiedere conferma con anticipo.
La tavola come luogo d’incontro
In Kakheti siamo stati invitati a pranzo dalla famiglia di Levan. Avevo paura di invadere, ma lui ci ha spiegato come comportarci e cosa aspettarci. La tavola si è riempita lentamente, con piatti passati di mano in mano e brindisi che richiedevano ascolto. Ho evitato di fotografare ogni momento, chiedendo prima quando volevo conservare un’immagine.
La conversazione passava tra traduzioni, gesti e parole imparate sul posto. Non tutto era immediato, e proprio per questo prestavamo più attenzione. L’ospitalità non era un servizio pensato per noi: era una relazione temporanea che chiedeva rispetto, presenza e gratitudine concreta.
Il programma che si allunga
Avrei dovuto rientrare in città nel pomeriggio, ma il pranzo è durato molto più del previsto e il collegamento che avevo segnato non era più disponibile. Per un momento ho sentito il bisogno di riprendere il controllo. Poi ho verificato l’alloggio, avvisato della nuova ora e accettato un passaggio fino a una località meglio collegata.
Siamo arrivati tardi, stanchi e ancora pieni di cibo. Nessuno aveva visto tutto ciò che era nel programma, ma la giornata aveva una densità che nessun itinerario avrebbe potuto pianificare. L’imprevisto era gestibile perché avevo margine e non dovevo prendere un volo o rispettare una prenotazione non modificabile.
Ritrovare Tbilisi
Tornata a Tbilisi, la città mi sembrava meno estranea. Ho dedicato gli ultimi giorni a quartieri percorsi a piedi, mercati e piccoli musei, alternando ore da sola a incontri con le persone conosciute lungo la strada. Con le viaggiatrici polacche ci siamo riviste per una cena, senza trasformare la coincidenza in un obbligo.
Il viaggio mi ha insegnato a distinguere apertura e ingenuità. Condividevo spostamenti dopo aver chiarito destinazione e costi, informavo l’alloggio e mantenevo autonomia nei pagamenti. Questi confini rendevano possibile accettare inviti senza abbandonare il buon senso.
L’itinerario umano
La Georgia che ricordo non è soltanto una sequenza di città e paesaggi. È fatta di un posto trovato nello scompartimento, di una tavola apparecchiata per persone in più e di una sera arrivata troppo presto. Sono partita con una mappa geografica e sono tornata con un itinerario umano, molto meno ordinato e molto più difficile da dimenticare.